Ricerche sociologiche
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Attese e risultati circa le Università della terza età

La ricerca del maggio 1995 riguarda “La vita quotidiana dei corsisti prima e dopo l’Università”. Essa si riferisce a 1.022 questionari restituiti su 1.550.

Sulla base dei risultati della seconda ricerca condotta sui corsisti nel maggio 1995, possiamo cogliere la fisionomia dei frequentanti dell’Università, i loro interessi ed anche in qualche misura l’utilità da essi dichiarata di tale istituzione. Non si tratta di persone sfaccendate in cerca di occupazione del tempo, se l’81,7% delle donne frequentanti dice di essere impegnato nell’attività domestica e il 57,5% degli uomini nella coltivazione dell’orto o in altri servizi. Sono persone inoltre che si preoccupano di fare movimento (69,92%) e che trovano tempo da dedicare alla vita associativa (29,65%) e all’attività di volontariato (25,24%).

Sono persone, anzitutto “vigili” nel leggere le avvertenze incluse nelle medicine (82,58%) e la scadenza dei cibi (82,39%), amanti della cura e del decoro della propria persona (84,34%) e preoccupate di fare il più rapidamente possibile le cose (60,57%). Alla base di tutto hanno un certo ottimismo nell’affrontare le difficoltà (71,63%). È interessante osservare come quest’ultimo dato aumenti del 18,79% con la frequenza all’Università.

Circa la “relazionalità” i corsisti si distinguono nell’essere persone tolleranti con chi la pensa in modo diverso (79,26%), nell’amare la discussione (76,71%), nel riconoscere i propri errori (81,41%). Dopo la frequenza dell’Università aumenta in loro il coraggio anche di intraprendere il dialogo con persone sconosciute (prima lo faceva solo il 43,84%, dopo il 68,60%). Dai dati stratificati risulta nettamente una crescita maggiore della relazionalità di un terzo o del doppio in coloro che da più anni frequentano l’Università.

I corsisti risultano persone disponibili anche ad assumersi responsabilità (57,34%), preoccupate di avvisare chi di dovere quando qualcosa non va (61,09%) e audaci nel saper prendere la parola in pubblico dopo aver frequentato l’Università (28,09%). Dai dati stratificati non risultano al riguardo variazioni di rilievo, se non la maggior disponibilità degli uomini rispetto alle donne di assumere responsabilità e di denunciare ciò che non va (8,40% rispetto il 74%; 87% rispetto al 73,30%).

c) I progressi con la frequenza

Circa il primo problema, cioè l’“uso del tempo”, il dato che risulta più evidente è che con la frequenza all’Università le persone hanno imparato ad uscire di più da casa (54,50%), di intrattenersi di più con le persone (53,91%) e di viaggiare con curiosità (49,32%).

Sul “cambiamento di gusti” emerge in modo evidente il maggior disgusto, dopo la frequenza all’Università, nei riguardi della pubblicità (41,78%) e degli spettacoli di varietà e telenovele televisive (40,61%).

Si è avuta così una ulteriore conferma di una precedente ricerca del 1993 sull’uso dei mass-media da parte dei corsisti. Altri dati di minor entità, ma non per questo privi di interesse, riguardano l’accresciuto disgusto per le chiacchiere inutili (23,29%), per i pranzi e cene prolungati (20,74%), per gli incontri di massa (feste paesane, raduni oceanici) (17,51%) e per un tempo esagerato dedicato al trucco e all’abbigliamento (11,74%).

Più complesso infine è il discorso sulle “modificazioni del comportamento”, circa il quale si erano indicate tre possibili risposte: anche prima dell’Università, solo dopo, neppure ora. Limitandoci ad analizzare i dati relativi al “solo dopo”, le modificazioni in percentuale più rilevanti riguardano l’ottimismo nell’affrontare le difficoltà (18,79%) e l’intraprendenza nell’avviare un dialogo anche con persone non conosciute (24,76%). Con la frequenza all’Università sembra crescere poi il senso sociale. Si tratta di una aumentata intraprendenza non frutto di aggressività, se le stesse persone dicono di sentirsi più tolleranti di prima con chi la pensa in modo diverso (16,44%) e desiderose di discutere i diversi pareri (14,48%), ma di maggior senso critico (dicono di aver imparato di più ad esprimere giudizi sulle prediche ascoltate 19,18%). I dati disaggregati privilegiano al riguardo di circa sei/otto punti le donne rispetto agli uomini e di circa dieci punti coloro che da più anni frequentano l’Università. Non ci sono variazioni significative fra città e sedi staccate.

Possiamo così affermare che, se le persone già prima dell’Università manifestavano vivacità intellettuale, sensibilità alla relazione e attenzione al sociale, l’Università le ha aiutate a sviluppare il senso di appartenenza alla società per contribuire al bene proprio ed altrui.

Con questo non diciamo che tutto sia fatto o risolto. La ricerca rivela la difficoltà ancora esistente del 62,73% di corsisti di prendere la parola in incontri pubblici e del 20/25% di assumere responsabilità e di denunciare le cose che non vanno. Si è invece quasi annullata la percentuale di coloro che dicono di aver difficoltà di relazione.

(cfr. DAL FERRO G., Le Università della terza età: chi le frequenta e perché, tre ricerche fra i corsisti nell’Università Adulti/Anziani del Vicentino negli anni 1994-1995, Rezzara, Vicenza, 1995, pp. 37-43).